"I GUARDIANI DI PIETRA" - reportage storico per immagini contemporanee di Stefano Aluisini

La cintura dei Forti Austroungarici a difesa degli Altipiani di Folgaria e Lavarone. Grandi strutture in acciaio e cemento armato solo in parte distrutte dalla guerra di cento anni fa, molto più spesso poi saccheggiate dall’uomo. Purtroppo poche quelle sinora realmente recuperate all’uso turistico.

FORTE LUSERNA

Il Werk Lusern, soprannominato “il Padreterno” per la sua mole, venne ultimato nel 1912; era costituito da un corpo principale (q. 1549) e dai due avamposti di Viaz (q. 1507) e Oberwiesen (q. 1517) raggiungibili tramite una galleria. Dominava la Val d’Assa con quattro obici da 100 mm in cupole corazzate girevoli e diversi cannoni a tiro rapido da 80 e 60 mm in casamatta oltre a 19 mitragliatrici. Per questo nei primi giorni della Grande Guerra venne quasi completamente distrutto dall’artiglieria italiana tanto che il 28 maggio 1915, dopo quattro giorni di terrificante bombardamento, i trecento uomini stremati della sua guarnigione cercarono di arrendersi. Ma il loro tentativo, che avrebbe potuto cambiare il corso della guerra, venne evitato in extremis dai rinforzi inviati dai forti vicini le cui artiglierie bombardarono la zona adiacente al Lusern trattenendo le fanterie italiane.

La bandiera bianca venne ammainata da una pattuglia di rinforzo e il comandante Nebesar deferito alla corte marziale. Negli anni trenta ciò che restava della struttura venne minato e fatto saltare in aria per estrarne il ferro. In questi ultimi anni il forte è divenuto di fatto inaccessibile a causa di un lungo cantiere di restauro conclusosi parzialmente il 7 agosto del 2016 con l'inaugurazione della copertura superiore. I lavori all'interno del forte proseguono e gli accessi sono chiusi sino a che la messa in sicurezza, non ancora ultimata, sarà definitiva. Sulla parete nord ovest dove si sta predisponendo l'ingresso per i futuri visitatori, è incastonato in alto un fossile di grandi dimensioni, sopravvissuto alle ingiurie dell'uomo e della guerra. All'interno, nella penombra, si scorgono alcune sagome in ferro di soldati Austroungarici in servizio di sentinella. All'esterno, dopo una breve scalinata, si trova il monumento ai soldati Austroungarici che combatterono in questa fortezza. Sulla strada militare del ritorno, vicino a dove sorgeva la vecchia caserma riservata agli ufficiali (che era collegata con una galleria di 450 metri al forte) si trovano due stazioni votive dedicate alla Vergine Maria, una delle quali sicuramente voluta dai soldati Austroungarici, la cui dedica risulta ancora sull'immagine sacra probabilmente originaria della Madrepatria (K.u.K. 1° Reggimento).

S. ZITAKAPELLE - BASSON (PASSO VEZZENA)

I pascoli che circondano il Passo di Vezzena, ai piedi del Forte di Busa Verle e del suo osservatorio sullo Spitz Verle videro sin dai primi giorni di guerra gli eroici sforzi delle Fanterie italiane di superare gli sbarramenti difensivi Imperiali, un complesso invalicabile di trinceramenti e modernissime fortificazioni che consentì agli Austroungarici, in inferiorità numerica, di mantenere saldamente la via per Trento. Una battaglia poi trasformatasi nel duello di artiglierie tra i contrapposti forti che vedrà prevalere quelli Austroungarici, assai meglio costruiti e armati, in attesa della grande offensiva di primavera che nel maggio del 1916 sfonderà la linea del fronte spingendola al limitare della pianura vicentina, là dove le truppe italiane saranno a loro volta impegnate in un’epica difesa. Qui le gesta degli intrepidi Fanti italiani, a partire da quelli del 115° Reggimento della Brigata “Treviso” - che nella notte del 24 agosto 1915 si immolarono vanamente sui pendii trincerati del Basson – cui seguiranno quelle dei Reggimenti delle Brigate “Ivrea”, “Lambro” e “Alessandria” – sono ricordate a breve distanza nella ristrutturata S. Zitakapelle, là dove Alpini e Kaiserschützen hanno fatto rivivere in fraterna comunione di spirito e valori militari il ricordo dei loro maggiori caduti nell’adempimento del dovere (fotografie di Andrea e Stefano Aluisini).

La piana di Vezzena e i pendii del Basson visti dal monumento ai Caduti Italiani (foto di Andrea Aluisini)

FORTE DOSSO DEL SOMMO - WERK SERRADA

Il forte austroungarico Dosso del Sommo (Werk Serrada), progettato dal Cap. Ing. Rudolf Mayer dello Stato Maggiore del Genio, fu realizzato tra il 1911 e il 1914 dall’impresa F. Westermann. Rubricato come la quinta fortezza più importante di tutto il sistema difensivo imperiale, non venne mai conquistato dalle fanterie italiane ma demolito molto dopo la fine della guerra, nel 1936, per estrarne l’acciaio. Vero perno del sistema fortificato degli Altopiani, costituito da più corpi indipendenti collegati in galleria, era comandato dal Cap. Leo Schwartz e armato con 4 obici da 100 mm in cupole corazzate girevoli, 2 cannoni da 60 mm in casamatta e 8 mitragliatrici Schwarzlose da 8 mm (attenzione: introdursi nel forte – non ancora ristrutturato - è sconsigliabile e pericoloso).

A breve distanza dal forte, scendendo verso il rifugio Camini, si trova la splendida chiesetta del Sacro Cuore, realizzata per volontà della famiglia Giuseppe Rella nel 2011. Qui rivive il più autentico spirito delle popolazioni Sud Tirolesi, con i difensori dell’indipendenza di queste terre sino alla fine del Settecento, poi fedelissimi soldati dell’Impero Austroungarico per il quale combatterono strenuamente sul fronte orientale nella Grande Guerra, infine militari del Regio Esercito Italiano durante la seconda guerra mondiale, alcuni dei quali arruolati anche tra le Penne Nere. Fa riflettere la presenza di tanti cognomi di lingua italiana tra i valorosi Caduti Austroungarici nella Grande Guerra, un lungo elenco riportato sia all’esterno del cimitero della vicina Folgaria che in una lapide all’interno di questa cappella (la loro storia è stata parzialmente ricostruita in una pagina dedicata).

Un ricordo che qui rivive grazie a mani generose ma che meriterebbe un proprio e doveroso monumento ai Caduti con l’uniforme e la Bandiera per le quali morirono. Dai loro nomi risorge un messaggio che ci riporta alle più vere radici dell’unità europea e cristiana, qui particolarmente profonde, le quali specialmente in questi anni difficilissimi andrebbero riscoperte grazie a questo monito imperituro e validissimo insegnamento anche per il presente.

FORTE SOMMO ALTO (ZWISCHENWERK SOMM)

Panoramica NW – NE dal Sommo Alto. Da sinistra (in basso) Folgaria, sullo sfondo le Dolomiti del Brenta, al centro il Monte Cornetto, dietro il Becco di Filadonna (nascosto dalla nuvola) in basso il dorso in cemento del Forte Sommo Alto, a destra l’Altopiano di Lavarone, la zona di Passo Vezzena con lo Spitz Verle e sul bordo destro, l’orlo nord orientale dell’Altopiano di Asiago

La struttura colpita dai bombardamenti italiani

Situato ad un'altitudine di 1.613 m. accessibile da sud ovest da Passo Coe (1.550 m) o da nord est dal passo Sommo, aveva un ruolo di collegamento tra il Forte Sebastiano (o Cherle) e il Forte Dosso del Sommo (o forte di Serrada). Progettato dal Capitano dello Stato Maggiore del Genio Austroungarico Schönherr, fu costruito tra gli anni tra il 1911 e il 1914 dall'impresa F. Westermann al costo di 982.000 corone austriache (armamento escluso). Ebbe la sua principale funzione nel maggio 1916 durante la c.d. "Offensiva di Primavera" (o Strafexpedition), quando per appoggiare l'avanzata austriaca bombardò monte Maronia e Costa d'Agra. Nonostante il forte sia stato sporadicamente colpito dall'artiglieria italiana, in particolare dagli obici da 149 mm appostati nel settore del Pasubio - Col Santo e dal 280 mm del vicino forte Campomolon, non subì mai veri e propri attacchi da parte delle fanterie; tra il maggio e il novembre del 1915 fu colpito da quasi 1.400 colpi dei quali una cinquantina in pieno. Nel novembre del 1918 il forte aprì il fuoco contro le linee nemiche fino all'esaurimento delle munizioni. Era comandato dal capitano Rudolf Kalifius, con una guarnigione di 6 ufficiali e 162 uomini di truppa. Le pareti del forte avevano uno spessore di 2,80 metri, poi aumentati durante la guerra a 3,80 metri. Disposto su tre piani di cui uno solo in superficie, era dotato di tre cupole blindate girevoli, due armate con cannoni da 105 mm, l'altra con funzione di osservatorio. Il forte comprendeva anche quattro postazioni corazzate avanzate (18 postazioni di mitragliatrice), che si potevano raggiungere attraverso un sistema di gallerie, una delle quali lunga a 170 metri. Il forte non disponeva di un vero fossato di gola, ma aveva una postazione per Schwarzlose posta a sinistra dell'ingresso, per battere tutto il terreno. Un'altra postazione simile posta in casamatta corazzata poteva coprire il declivio verso Folgaria mentre il terreno circostante era coperto da una fitta rete di trincee, reticolati e campi minati. L'approvvigionamento idrico era garantito da due cisterne da 380 ettolitri l'una, alimentate da un acquedotto attraverso un apparato di pompaggio. Per comunicare con i forti vicini (Sebastiano e Dosso del Sommo) oltre alle normali linee telefoniche si usava un metodo di segnalazione ottica Morse con codifica modificata. L'accesso al forte è libero ma va fatto con grande precauzione sia sulla copertura superiore (priva di parapetto) che nelle gallerie interne (in quelle più profonde indispensabile la torcia elettrica).

FORTE CHERLE - WERK SEBASTIANO

Forte Cherle fu ultimato nel 1913 e prende il nome dall’altura sulla quale si trova a 1445 metri d’altezza. Fu chiamato anche “Werk Sebastiano” come il paese posto sull’altro versante della valle retrostante per evitare di confondere il suo nome durante le concitate comunicazioni in combattimento con quello del Forte Verle. Armato con 4 obici da 100 mm in cupola corazzata, 2 in casamatta e 18 posizioni di mitragliatrice controllava l’Altopiano dei Fiorentini sbarrando di fatto la parte alta della Val d’Astico insieme al Forte Belvedere. Non venne mai attaccato direttamente dalle fanterie italiane. Fu invece bombardato molto pesantemente come ancora oggi si può notare dagli infiniti crateri circolari che ancora segnano i pascoli circostanti ed è solo parzialmente visitabile a causa dei danni inflitti nel dopoguerra dai recuperanti i quali ne hanno estratto molte parti in ferro.

panorama dal tetto di Forte Cherle verso gli Altopiani di Folgaria, Lavarone e Fiorentini

FORTE BELVEDERE GSCHWENT

Forte Belvedere (Gschwent) da q. 1177 dominava interamente la Val d’Astico fino al suo innesto nell’Altopiano di Folgaria e Lavarone. Realizzato fra il 1909 e il 1912, percorso da una profonda serie di gallerie che collegavano anche i suoi quattro avamposti, era armato con tre obici da 100 mm in cupole corazzate girevoli, un pezzo da 60 mm e ben 22 postazioni di mitragliatrice. La guarnigione era composta da circa 220 uomini. Non venne mai conquistato ne ridotto al silenzio dalle artiglierie italiane tenendo così fede al suo motto: “per Trento basto io!”. Risparmiato dal saccheggio dei recuperanti dopo la guerra in tempi a noi più vicini è stato ristrutturato splendidamente ed è oggi visitabile insieme a un piccolo museo con diverse postazioni multimediali; rappresenta al momento quanto di meglio sia stato recuperato ai fini turistici delle antiche fortificazioni austroungariche della “cintura di ferro” degli Altipiani.

FORTE (BUSA) VERLE

Era il “braccio armato” dell’osservatorio sul sovrastante Spiz Verle. Una grande struttura in cemento e acciaio, posta su una piccola altura a q. 1554 che domina Passo Vezzena, armata con quattro obici in cupole corazzate oltre ad altrettanti cannoni da 60 mm e ben 15 mitragliatrici. Famoso per gli scritti del Ten. Friz Weber, che dalle qui raccontò la terribile esperienza fisica e psicologica dei bombardamenti italiani, venne gravemente danneggiato ma la sua guarnigione non tentò di arrendersi a differenza di quanto accadde a Forte Lusern. Protetto da una serie invalicabile di reticolati, vide infrangersi sanguinosamente tutti gli attacchi delle fanterie italiane, in particolare nell’estate del 1915. Come quello del 24 e 25 agosto quando il 115° Reggimento della Brigata Treviso, nell’illusione di potersi aprire facilmente la via di Trento, assaltò tanto eroicamente quanto incautamente il dosso trincerato del Basson, coperto proprio dalle artiglierie dei forti Verle e Lusern, che provocarono oltre mille fra morti e feriti nelle fila italiane. Fu uno degli episodi più drammatici della Grande Guerra a seguito del quale gli alti comandi italiani realizzarono le prime conseguenze della guerra moderna.

FORTE SPITZ VERLE 

L’occhio degli Altopiani, così era chiamato, era un vero e proprio nido d’aquila situato a 1908 metri d’altezza sullo Spitz Verle (o Pizzo di Levico o Cima Vezzena). Dominava sia la Val d’Assa che la retrostante Valsugana con i suoi laghi sulla quale si ergeva dopo un precipizio di oltre mille metri. La sua struttura da osservatorio, che sovrastava il forte di Busa Verle ai suoi piedi, era comunque armata con sette mitragliatrici per la difesa ravvicinata oltre a un pezzo di artiglieria a tiro rapido. Nonostante diversi tentativi sia degli Alpini del Battaglione Bassano che del Battaglione Val Brenta non venne mai conquistato anche se la sua struttura fu quasi del tutto demolita dai colpi di artiglieria sparati dai forti italiani che lo fronteggiavano. Celeberrima l’istantanea che ritrae il forte colpito in pieno da un colpo italiano da 305 mm che sollevò la cupola blindata del pezzo principale e la rovesciò sul versante sud del forte. Oggi rimane una grande croce in ferro sul tetto del forte, completamente sbriciolato, sotto il quale si può ancora percorrere parte del corpo principale. (sotto, ad inizio galleria, il Forte Spitz inquadrato dalla sommità di Forte Cherle, di seguito, in verticale, fotografato alle spalle, dalla Valsugana)