IN LIBRERIA

Alcuni dei più interessanti testi realizzati sugli uomini, i reparti e le battaglie della Grande Guerra. Si tratta di libri particolarmente significativi sia riguardo i contenuti storico-militari che sotto il profilo fotografico, proposto in molti casi dall'Archivio Storico Dal Molin che ha messo a disposizione una parte delle sue eccezionali collezioni d'epoca. Insieme a loro uniamo alcuni dei più recenti volumi che a nostro avviso, al di là degli aspetti tradizionalmente trattati, donano nuove prospettive, anche interiori, alla storia e alla letteratura della Grande Guerra.

"LA CALDAIA DELLE STREGHE"

Il secondo romanzo storico di Saverio Mirijello racconta la vita di un “cecchino” italiano, un soldato scelto per la sua comprovata abilità nel tiro e nei movimenti sul terreno, individuato per assolvere un ruolo ingrato e pericolossissimo che lo porterà infine in uno dei luoghi più terribili della Grande Guerra, il Monte Pasubio. Lassù, su quella montagna tormentata che gli stessi austroungarici chiameranno “la caldaia delle streghe”, vivrà la sua esperienza più estrema che lo condurrà sino ad una sorta di battaglia personale contro il suo omologo dell’esercito imperiale. Una guerra fatta di silenzi e movimenti furtivi, di tracce cancellate e di impercettibili odori portati dal cambiare del vento, di uomini soli con il proprio fucile che scrutano per ore attraverso il mirino del canocchiale le postazioni nemiche o gli anfratti più inaccessibili dai quali si sentono perennemente osservati. E tra la terribile routine della battaglia, con i suoi assalti disperati e sotto i bombardamenti più pesanti, con i soldati perseguitati dalle valanghe o da una sete inestinguibile, la guerra per lui si riduce a un colpo solo, perfettamente studiato, sparato nell’istante giusto. Eppure non c’è vendetta nei suoi occhi, non c’è rancore nei suoi pensieri; così mentre migliaia di uomini scavano la roccia per fuggire alla distruzione o cercare a loro volta di fare saltare le postazioni nemiche, lui dorme sotto un cielo infinito i sonni più tormentati, nella spasmodica attesa che le prime luci dell’alba gli indichino il bersaglio. In questa storia emozionante e raccontata sullo sfondo di più generali eventi storici realmente accaduti, il protagonista vede cadere uno dopo l’altro tanti commilitoni della prima ora, soldati d’ogni parte d’Italia, in quello che diventa un realistico affresco della guerra in prima linea. Sino al giorno in cui la caccia della quale era protagonista, ma anche vittima, lo porterà infine a scontrarsi corpo a corpo proprio con il fantasma che ossessionava le sue missioni.

"POULOT IN ITALIA 1917-1918"

Il 3 agosto con l’introduzione del Prof. Andrea Vollman è stato presentato il libro Poulot in Italia: 1917-1918”, traduzione degli scritti di Louis Lefebvre, ufficiale francese impegnato sul fronte italiano. Questo toccante volume curato da Graziano Rubbo si inserisce perfettamente tra le opere storico-militari di Andrea Vollman sui reparti Alleati in Altopiano contribuendovi con un’ulteriore prospettiva interiore e a dir poco sorprendente. Lefebvre riporta infatti l’esperienza vissuta in Italia da un semplice soldato contadino francese; la sua disarmante semplicità nel raccontarci, sempre con gli umili ma attenti occhi di lui, la sorpresa per tanti aspetti della terra d’Italia, dal lungo viaggio in treno per giungervi sino alle straordinarie bellezze dell’Altopiano, ci rende una visuale del tutto particolare. Quella di uno “straniero” nel quale la sagace diffidenza lascia il posto a una sincera curiosità davanti alle prime teleferiche così come alle semplici lucciole, che non aveva mai visto in vita sua. E quella città di Venezia, scintillante laggiù sull’orizzonte, che tutti dicono di vedere ma che lui non riesce mai a trovarsi nelle condizioni di scorgere. Un libro di guerra dove gli orribili particolari restano come sfuocati, ma pur sempre dolorosamente presenti nell’animo dell’autore. Così l’amore per la terra e la malinconia degli affetti lasciano ben presto il posto allo struggente ricordo degli ultimi strazianti istanti di vita di un giovane caduto; il breve “diario”, da Verona all’Altopiano, da Roma al Piave, si è quindi trasfigurato nella “via crucis” di tutti i soldati e di tutti i campi di battaglia, in Italia come in Francia, con le sue tragiche “stazioni”. La partenza, la marcia, il combattimento, le ferite e infine la morte. La drammatica fine di quel ragazzo contadino, la cui giovane vita si spegne così senza nemmeno il ricordo di antichi amori, assistita solo dalla madre terra alla quale si aggrappa per l’ultima volta con le mani: “Allora nei suoi occhi fissi cade una grande luce e lo abbaglia: una grande luce calda lo penetra, lo alleggerisce e lo libera. La grande luce del suo sole che un tempo riscaldava la sua terra. Ora lei entra in lui. Le sue dita la raschiano, la toccano, immobili. La terra: la terra, tutto quello che ha amato. E muore nella gloria, lui, soldato sconosciuto. Ma non è nella gloria umana, è in una gloria più pura, in una gloria più grande, di tutta la gloria umana”. Parole semplici ma molto toccanti, la cui lettura ci porta a quella dimensione universale del sacrificio in grado di unire i cuori al di là delle lingue e delle bandiere. Pagine davvero intense, ripercorse nella caratteristica saletta degli incontri della Biblioteca di Cesuna da Anne Marie e Manuela, la prima lettrice in lingua francese e la seconda in italiano, con un’atmosfera del tutto particolare conclusasi con uno degli ultimi pensieri dell’autore per il nostro paese: “Dolce terra d’Italia, troppo bella e fatta per l’amore, questo sangue versato, questo terribile orrore, no, non è per te. La tua luce lo leva da te e te ne libera. Tu sii felice, sii bella; e sii dolce agli amanti...”. E i relatori hanno giustamente lasciato alla curiosità del lettore l’ultimo capitolo, dove l’ardore di un indomito vecchio soldato francese, malato e disteso vicino al focolare, proprio come forse si immaginava il sopravvissuto Lefebvre, vincerà una sua ultima e particolarissima “battaglia”. 

"IL SOLDATO DEL LEMERLE"

Esistono luoghi ove la Storia si è fatalmente compenetrata nella natura che è stata sua testimone, restandovi spesso prigioniera, specialmente quando il progresso vi ha meno infierito e se la fitta ricrescita dei boschi ha imprigionato sotto il terriccio e le radici i resti scomparsi di uomini e cose. Chiunque ancora oggi, risalendo per gli splendidi sentieri del Monte Lemerle, non può quindi non cedere alla tentazione di sentire nel calmo vento che soffia tra gli abeti secolari l’eco dei suoni e delle voci di un tempo perduto. Un tempo di guerra e di dolore, di violenza e di coraggio, che cent’anni fa qui vide affrontarsi in disperati combattimenti i giovani di mezza Europa. E quando alcuni studiosi, con grande spirito altruistico e infinita dedizione alla Memoria di quei terribili giorni, seguendone il sottile filo ormai perduto si sono ancora una volta addentrati nella magia di questi luoghi silenziosi, è parso quasi naturale che la grande abetaia si decidesse infine a svelargli uno dei suoi più tragici segreti. Così grazie a “Il Soldato del Lemerle” di A. Gualtieri e G. Dalle Fusine possiamo riaprire e rivivere una vera pagina perduta del nostro comune passato, riletta dagli autori sia con il rigore e la scientificità del ritrovamento archeologico che con l’animo pietoso di chi ha rinvenuto, dopo un secolo, i resti mortali di quelli che furono i nostri più valorosi maggiori. Il ritrovamento, durante alcune riprese televisive per un canale britannico, è del tutto casuale ma ciò che il terreno rende ai ricercatori sotto un elmetto “Adrian” è prima di tutto un colpo al cuore: “... ora nella buca si distinguono bene le mandibole, il cranio è spaccato in tre o quattro punti... più a destra le ossa delle spalle, la cuffia di un avambraccio. Il soldato è davanti al nostro stupore; uno dei 650 mila Caduti italiani sul campo della Grande Guerra. Un padre di famiglia, un figlio, un fratello, un marito, un ignoto. Con gli occhi lucidi mi allontano dallo scavo...”. E l’esame svolto dai tecnici su quella che si rivelerà essere probabilmente una sorta di fossa comune, a fianco del soldato italiano, rivelerà la presenza di un militare austroungarico, leggermente più giovane, anche lui si ritiene investito dallo scoppio di una granata. Un flash-back non realistico ma assolutamente reale ci riporta quindi direttamente nella foga dei combattimenti di allora, approfondendone la genesi da un punto di vista storico ma anche quello che per i due soldati ignoti ne fu l’esito mortale, indagandolo persino sotto l’aspetto medico legale. Se con queste analisi potevano già dirsi così ampiamente ed egregiamente onorati sia l’obbligo didattico dello storico che l’intraprendente spirito del più tenace ricercatore, Gualtieri e Dalle Fusine sono andati persino oltre. E non solo perché con un’iniziativa privata hanno innescato e accelerato volutamente quello che la burocrazia pubblica di solito tende a stancheggiare. Ma perché soprendentemente alla fine del libro sono proprio i ricordi, le voci, le parole e le grida di quei due soldati che rivivono e si affrontano corpo a corpo tra le esplosioni delle granate a farci piombare in mezzo al bosco schiantato e falciato dalle raffiche delle mitragliatrici. Fino a quel bagliore rovente che in un istante li avvolge scaraventandone in alto i corpi martoriati, le cui povere membra ricadendo a terra sembrano quasi volersi infine affratellare almeno nel momento supremo. Fino a una mattina di cent’anni dopo, quando il destino ha deciso fosse giunto il momento di rivelare l’esistenza del loro sacrificio, affinché mani pietose ne raccogliessero le spoglie disperse, sottraendole alla terra per ricongiungerle alla silenziosa legione dei loro compagni, che da allora riposa nel grande Sacrario. Un libro davvero unico nel suo genere che non può assolutamente mancare nella piccola biblioteca di ogni appassionato della Grande Guerra.

Arditi sul Grappa

Il miglior libro proposto da Ruggero Dal Molin, una testimonianza unica sulla genesi dello spirito degli Arditi attraverso la scoperta del diario di uno di loro, l’Aspirante Ermes Aurelio Rosa. Bresciano e nipote di un eroe del Risorgimento, Gabriele Rosa, il giovane Ermes seguirà il suo carismatico Capitano Ettore Viola, definito da Re Umberto II “la più bella medaglia d’oro della Grande Guerra”, nelle sue coraggiose azioni alle pendici del Grappa. Toponimi sconosciuti come “Cà Tasson” e “la svolta” diventano dal quel lontano 18 maggio 1918 il simbolo assoluto del coraggio dei reparti speciali dell’Esercito Italiano. E Ruggero Dal Molin non solo ha valorizzato la testimonianza di quel giovane ufficiale ma ha insieme a Claudio Zen ha recentemente organizzato una toccante cerimonia posando una targa in memoria del Capitano Ettore Viola e dell'Aspirante Ermes Aurelio Rosa, medaglia d'Argento al Valor Militare, presenti le autorità locali e Donna Palma Viola oltre a un picchetto di formazione composto da rievocatori delle truppe Alpine e dell'Esercito Austroungarico tra i quali Natalino Meneghin e Davide Pegoraro. Il Gen. Ettore Viola, pluridecorato e insignito dell’Ordine Militare di Savoia, ha chiesto e ottenuto di essere seppellito nella zona sacra che circonda le pendici di quella montagna inespugnabile, su quel Monte Grappa che vide le gesta degli Arditi tra i quali riposa per sempre il loro indimenticabile Comandante. 

"BRITANNICI SULL'ALTOPIANO DEI SETTE COMUNI"

Alcune delle vicende narrate in questo libro hanno costituito quello che è stato definito da molti il più apprezzato intervento al convegno di Cesuna “L’Altopiano di Gianni” del 14-15 giugno 2014. Andrea Vollman, con alcune letture tratte anche dalle opere di Vera Brittain, è riuscito a suscitare un grande interesse nel pubblico innescando un vero e proprio passa parola sul web alla ricerca delle introvabili traduzioni degli scritti della coraggiosa scrittice inglese. Forse anche per questo l’appassionata relazione di Andrea Vollman resterà nel ricordo di quanti hanno partecipato al convegno di Cesuna e il suo libro realizzato con Francesco Brazzale diventa ancor più il riferimento per un argomento affascinante e poco conosciuto al contempo, raccontato con un autentico stile “British” d’altri tempi che fa riflettere sulle origini dell’Europa moderna e sugli stessi frangenti in cui oggi il vecchio continente si trova. 

 

"NEMICI SULL'ORTIGARA"

Un libro che non può mancare nella biblioteca dell’appassionato della Grande Guerra. Una delle più sanguinose battaglie combattute sul fronte italiano viene per la prima volta ricostruita sia con assoluto rigore storico che tramite un approfondito esame degli aspetti più strettamente militari supportati da Ruggero Dal Molin mediante un apparato fotografico spesso inedito e di eccezionale caratura. Il valore aggiunto di questa pubblicazione è stato inoltre di essere una delle prime a ricostruire tramite immagini contemporanee, e i corrispondenti scatti d’epoca, alcuni siti specifici del campo di battaglia così come oggi si possono ancora visitare. Libro unico e ormai introvabile sulla battaglia per l'Ortigara è divenuto una pietra miliare per gli storici militari della Grande Guerra e gli stessi escursionisti.

 

 

 

"LA VERITA' AUSTRIACA SULL'ORTIGARA"

 

Tradotto dal Prof. Paolo Pozzato, include numerose immagini eccezionali messe a disposizione dell’Archivio Storico Dal Molin da diverse collezioni private. Una impressionante visione delle operazioni del giugno del 1917 poichè lette in chiaro da fonti austriache dirette, raccolte nelle stesse parole del Maggiore Otto Sedlar della 11^ Armata. Una testimonianza dettagliata anche tecnicamente, tanto rara quanto profonda, della quale colpiscono l’indomabile orgoglio dell’ufficiale, il rispetto e l’assoluta assenza di odio verso il “nemico” italiano incontrato sull’Altopiano e sull’Ortigara. Quella che nel giugno 1917 fu una grande vittoria difensiva dell’esercito austroungarico, vedrà comunque consacrare per l’Italia il mito degli Alpini i quali vivranno su quella cima il loro Calvario. Ma il momento della riscossa e della vittoria per le armi italiane, quello del Grappa e del Piave, sarebbe arrivato dopo poco più di un anno. Così nel momento della disfatta il Magg. Otto Sedlar ricorderà gli epici giorni della battaglia di giugno:

“A voi combattenti la cui pazienza è stata messa a dura prova! Non potevate fuggire al destino! Il vostro ritorno in Patria non è stato salutato da un sventolio di bandiere, da grida di giubilo e di vittoria, da gratitudine! Eppure siete tornati a casa a testa alta. Anche se non era il trionfo di luce della vittoria a circondarvi, vi illuminava la luce gloriosa del dovere fedelmente compiuto. Tu però figlia, madre e consorte piangente, fidanzata che hai dovuto perdere il tuo caro, consolati! Colui che piangi è ormai libero dalle ingiurie del tempo, è entrato nella schiera degli immortali, il cui ricordo è intramontabile. Non sarà mai costretto a vagare tra le schiere dei senza nome. Un monumento gli è assicurato, aere perennius! Chi è caduto coraggiosamente per la Patria ha costruito a sè stesso un monumento eterno, nel cuore fedele dei suoi connazionali, e questo edificio non sarà abbbattuto da alcuna tempesta! E questo monumento, di cui parlano gli splendidi versi del poeta immortale, svetterà sopra tutte le croci e le pietre lassù nel tranquillo mondo alpino, che già ora proclama la gloria di colore che – come gli eroi delle Termopili – sono lì caduti fedeli all’imperativo della Patria. Perciò tu figlia, madre, consorte e fidanzata puoi trattenere le lacrime che ti colmano gli occhi e gridare, colma insieme di dolore e di orgoglio: anche il mio uomo fu lassù; è caduto sul campo dell’onore della battaglia di giugno”. 

"IL MONTE ASOLONE" 

Il diario di un giovane ufficiale austroungarico dell’I.R. 99° Reggimento narra gli scontri sul massiccio del Grappa e dell’Asolone fra il 1917 e il 1918 in una sorta di alter ego del noto “Arditi sul Grappa” di Ruggero Dal Molin. Ma qui gli Arditi Ermes Aurelio Rosa ed Ettore Viola trovano l’antagonista per definizione, quel Sottotenente Otto Gallian, anche lui dei Reparti d’Assalto ma stavolta austroungarici, ultimo ufficiale ad abbandonare il settore dell’Asolone quel 31 ottobre del 1918 dopo gli accaniti scontri per proteggere la ritirata del XXVI Corpo d’Armata. Catturato nelle ultime ore di guerra, fuggirà dopo nove mesi dal campo di prigionia di Mirabello raggiungendo Innsbruck a piedi e in condizioni disperate. Una drammatica testimonianza dal campo di battaglia, probabilmente la più appassionante e coinvolgente da parte austroungarica, alla quale lo stesso Gallian unirà dopo la guerra alcune toccanti righe in memoria dei commilitoni caduti e per il rimpianto della nobile Patria perduta. Fulgida figura di Ufficiale, promosso Tenente e decorato con l’Ordine di Leopoldo per meriti di guerra, scomparirà durante la seconda guerra mondiale, probabilmente nella battaglia delle Ardenne del 1944.

“... in prigionia abbiamo mantenuto alto il nome della Patria, sublime e nobilissimo. Rivedere questa Patria fu per me la più terribile e amara delusione della mia vita. Una terra piagnona, messa sottosopra da lotte di partito, ciascuno senza la propria stima, sfrontatamente servile di fronte ai potenti vicini, bugie e inganni, corruzione vergognosa fino alle più alte cariche dello Stato. Sei tu questo o Patria mia ? Quella Patria per la quale abbiamo sofferto per anni, versando il nostro sangue, a cui abbiamo offerto in nostri spensierati, felici anni di gioventù e la nostra salute, e per cui milioni di uomini hanno rinunciato alla gioia delle proprie famiglie e donato la loro stessa vita?”

"LE MONTAGNE SCOTTANO"

Quello che può essere definito il primo, più completo e accessibile testo mai realizzato in Italia sulla “Strafexpedition”: anche qui lo stile di Gianni Pieropan unisce costantemente al rigore storico e alla tracciabilità topografica un approfondimento sia degli aspetti strettamente militari ma anche degli effetti sulle vicende umane dei protagonisti, siano essi i potenti o i soldati in prima linea, per i quali la guerra lasciò una traccia indelebile e spesso tragica. Vallarsa, Pasubio, Cimone, Altopiano di Asiago, nomi travolti della tempesta di ferro e di fuoco scatenata da Conrad, descritta in modo coinvolgente ed esemplare sino all’estrema resistenza italiana e ai primi sanguinosi tentativi di controffensiva. Uno dei testi fondamentali sulla Grande Guerra dove come sempre Pieropan riesce a calare il lettore nelle reali situazioni tattiche sul singolo campo di battaglia, mantenendo però sempre sullo sfondo lo scorrere della descrizione storica e strategica.

 

 

"DUE SOLDI DI ALPINISMO"

Un libro perduto racconta un epoca ormai passata per sempre. Quella dell’Italia migliore, un paese forgiatosi tra le due guerre che si dovette ricostruire da solo, con coraggio e povertà, nel secondo dopoguerra. E in questo scenario di difficoltà economiche, impegno sociale, spirito di sacrificio e voglia di riscatto che nasce in un giovane vicentino la passione per la montagna e per la storia, raccontata dalle prime escursioni improvvisate fino al vero e proprio “cicloalpinismo” dei tempi eroici, condotto con mezzi e risorse primordiali. Il racconto di un’infanzia che aveva assistito alla tragedia della prima guerra mondiale e di una gioventù che si era dovuta spendere nella seconda. Così tra queste mirabili righe, esse stesse storia, la rivincita della generazione schiacciata fra due guerre scala tutte le difficoltà insieme alle montagne che affrontava in quelle alba solitarie: quei giovani divenuti uomini negli anni cinquanta e che faranno dell’Italia distrutta uno dei primi paesi industriali del mondo.