In occasione del Centenario della Grande Guerra, il 28 maggio 2016 la Sezione di Brescia dell’Unione Nazionale Ufficiali in Congedo d’Italia (UNUCI) si è recata in visita sui luoghi della Memoria dell’Altopiano di Asiago. Grazie alla collaborazione della Associazione Storico Culturale Fronte Sud Altopiano Sette Comuni di Cesuna (Roana) e con il suo Presidente Luciano Valente, gli Ufficiali hanno visitato la prima parte del caposaldo trincerato di Monte Zovetto e i cimiteri militari italo-austriaco e britannico della sottostante Val Magnaboschi. Qui sono stati ripercorsi gli eventi particolarmente drammatici della “Strafexpedition” del maggio 1916 e della grande battaglia del giugno 1918. Dopo il pranzo sociale tenutosi presso l’Hotel Ristorante Belvedere di Cesuna, la visita è proseguita verso Asiago, dapprima al maestoso Sacrario del Leiten e al suo Museo Storico, successivamente allo splendido Museo della Grande Guerra di Canove. Si ringrazia per la disponibilità: l’Archivio Storico Dal Molin (Bassano del Grappa), l’ASC Fronte Sud Altopiano Sette Comuni (Cesuna) e la Direzione del Museo della Grande Guerra di Canove. 

Riguardando queste fotografie stavo giusto pensando che sono ormai oltre trentacinque anni che, per un motivo o per l’altro, dalla Valle d’Aosta al Trentino, al Veneto, i miei passi – per quanto sempre meno frequentemente – si perdono felicemente e ripetutamente tra i sentieri di montagna, i prati o le cime più remote. Eppure esistono luoghi i quali, per quel magnetismo invisibile che sembra aleggiare sul fruscio tranquillo e costante delle loro abetaie, riescono sempre a risvegliare quelle sensazioni di profonda pace interiore provate al nostro incontro originario, ogni volta come se fosse la prima. Il primo fra tutti questi punti di intersezione tra l’animo umano e le bellezze naturali, forse perché testimone un secolo fa delle pagine più cruente della Grande Guerra, è l’Altopiano di Asiago. Qui, nella sua parte meridionale, seguendo nuovamente quel percorso invisibile della Memoria, mi sono recato ancora una volta ma non da solo, bensì con un piccolo gruppo di ufficiali di varie Armi in congedo e le loro famiglie. Ho avuto quindi la straordinaria occasione, per una volta, di osservare l’effetto esercitato anche su di loro da questo luogo incantevole, così come accadde a me alcuni anni fa, una sorta di specchio dei sentimenti che mi ha svelato e confermato più di una riflessione. Innanzitutto è un calarsi graduale in quella atmosfera del tutto particolare, immutabile e immutata da un secolo, accolti dalla vegetazione in un’esplosione di colori intensi, sotto il fortunatissimo sole in una settimana di pioggia. La serenità che questa natura incontaminata trasmette così rapidamente si è però via via sciolta per contrasto nel percorrere le prime trincee di Monte Zovetto, nell’attraversare le fredde gallerie dei fucilieri Scozzesi fino alle caverne della postazione comando, guardando il verde dei prati dalle feritoie per le mitragliatrici, attraverso qualche filo di reticolato ancora steso davanti alle postazioni. La curiosità per le opere difensive dell’uomo diventa poi stupore davanti all’immensità del campo di battaglia visto guardando verso la distesa dell’Altopiano e le sue cime più lontane, dove ricorrono nomi che ricordiamo dai libri di storia, su tutti quello dell’Ortigara. Il vento tiepido sale verso di noi e scuote il cappello piumato del Bersagliere fermatosi vicino alla bandiera, immobile davanti alla cartina, sicuramente col pensiero alle centinaia di suoi commilitoni che un secolo prima tentarono l’impossibile su quei versanti. 

La Sezione Unuci di Brescia con il Ten. Stefano Aluisini al monumento della Brigata "Liguria"

Davanti a questa distesa verde oggi così pacifica sostiamo sempre più pensierosi, con quel timore e quel raccoglimento crescenti che ci accompagnano nella discesa alla Zona Sacra del Fante e ai cimiteri di prima linea dove gli sguardi, in un silenzio profondo, indugiano sulle tante tombe. Qui il gruppo si fraziona, quasi come se ciascuno fosse alla ricerca di una sua riflessione personale: i commenti sono brevi, a bassa voce, quasi interrotti: anche le fotografie vengono scattate quasi con pudore. Sono due Carabinieri che rompono gli indugi e quasi con passo solenne risalgono lungo le fila di lapidi sostando a metà del loro schieramento. Perché attorno a questi cimiteri è il segno della battaglia più cruenta e una colonna ne ricorda il punto estremo, ma è distante dalla stradina sassosa e tutti vi restano camminando incolonnati quasi con il timore di calpestare quel prato così verde che allora, o meglio che da allora, accoglie sotto il suo terreno le spoglie di chissà quanti dispersi. Solo quando mi giro per controllare che ci siano tutti vedo uno dei nostri, credo della Marina, fermo come sull’attenti davanti a quel cippo che ha voluto raggiungere comunque, là dove si ricorda l’insuperata estrema difesa dei Fanti italiani, nel punto più avanzato raggiunto dalla fanteria ungherese. Ma i loro corpi, a differenza dei soldati Britannici, non sono più in questo luogo, qui li ricordano simbolicamente solo dei tronchi di abeti spezzati. Li troviamo a pochi chilometri di distanza, sulla collina del Leiten di Asiago, sono cinquantamila e tra loro migliaia di soldati Austroungarici. Il buio dell’interno del Sacrario, il freddo e il silenzio delle sue gallerie con una serie interminabile di nomi rendono infine la dimensione umana della tragedia il cui ricordo abbiamo toccato poco prima. Tra gli ultimi a uscire dall’imponente mausoleo due tra i nostri Alpini, migliaia di loro riposano tra queste mura imponenti; uno va a sedersi tra i due cannoni di destra e per un attimo china il capo: sopra di lui la bandiera sembra avere un sussulto, scossa da un improvviso alito di vento dell’Altopiano. Stefano Aluisini.